Quelli che mi sono piaciuti molto o comunque che rivedrei volentieri in ordine sparso
In Bruges
Il Divo
Gone Baby Gone
Wall-E
Non è un paese per vecchi
MR-73
Burn After Reading
Tropic Thunder
The Mist
Rec
American Gangster
Non pensarci
Be Kind Rewind
Iron Man
The Dark Knight
Pa-ra-da
The Darjeeling Limited
Quelli che non mi hanno fatto strappare i capelli ma che non mi hanno manco fatto schifo in ordine rigorosamente casuale
Cassandra's Dream
Wanted
Quantum of Solace
30 giorni di notte
Kung Fu Panda
Hellboy 2
Sweeney Todd
La fille coupeé en deux
Quelli sopravvalutati da un fottio di persone e quelli che sono stati una mia personale delusione sempre alla cazzo
Gomorra
Body of lies
Rogue
La banda Baader Meinhof
Miracolo a Sant'Anna
Cloverfield
Juno
Shoot'em up
Le morti di Ian Stone
Onora il padre e la madre
I padroni della notte
L'incredibile Hulk
Quelli di cui mi han parlato bene e che vorrei vedere ma che purtroppo ancora nulla come sopra
Step Brothers
Il passato è una terra straniera
Pride and glory
You Don't Mess with the Zohan
Come Dio comanda
The Millionaire
Se chiudi gli occhi
La Zona
Pineapple Express
Galantuomini
Pranzo di ferragosto
Quelli che proprio no.
Ultimatum alla Terra
Il cosmo sul comò
10.000 AC
Rambo 4
Jumper
Superhero
domenica, gennaio 4
Il classificone filmico di fine anno!!1!1
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Angelo
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martedì, aprile 15
Igoranz Verse Pusherz (cit.)
Altra infornata di recensioni veloci, questa volta solo film di un certo livello di ignoranza.
“Jumper” di Doug Liman
L’idea di base è sicuramente intrigante, chi non vorrebbe il potere di teletrasportarsi, poter entrare nelle banche di notte per fregarsi i soldi senza problemi e girare il mondo da mattina a sera nei più bei posti da “cartolina”? Il sogno di molti, figuriamoci se a scoprire di avere questo potere è un ragazzino che nella vita prende calci in faccia sia a scuola che a casa.
Nella parte introduttiva, infatti, vediamo fare tutte queste cose a David, il protagonista, che dopo essere scappato di casa si diverte a fare la bella vita, facendo colazione in Egitto e l’aperitivo a Londra, ma quando tutto sembra andare per il meglio ecco arrivare l’imprevisto: entrano in scena i “Paladini”, un gruppo di tizi vestiti di bianco che si meritano il premio come i migliori rosiconi cinematografici degli ultimi anni!
Questi non hanno alcun motivo per uccidere i “Jumpers”, ma lo fanno fin dal medioevo perché SI’, perché sono invidiosi dei loro poteri e rosicano, ma rosicano tanto, davvero tanto, tirando in ballo scuse puerili tipo “solo Dio può avere un potere del genere gnè gnè”...
Il bello è che ti viene da simpatizzare con questo gruppo di invidiosi bastardi, perché anche tu dentro stai rosicando dopo aver realizzato che quel potere non ce lo avrai mai e perché il protagonista fa di tutto per stare sul cazzo a chiunque, persino all’altro jumper che cerca di sopravvivere ammazzando a sua volta i paladini e a ben vedere pure alla ragazza di cui è innamorato fin da piccolo e sulla quale cerca di fare colpo, riuscendoci in parte perché lei è la solita zoccola che non può dire di no ad un viaggio a Roma e perché lui comunque rimane un fiiigo.
Il film ha il pregio di durare poco, ma purtroppo ha anche tutte le caratteristiche di un’occasione mancata, vuoi per il look sfacciatamente da teenager, vuoi per la sceneggiatura inconsistente e piena di buchi, se poi ci aggiungiamo una recitazione pessima da parte di più o meno tutto il cast (Hayden Christensen in primis, seguito a ruota da Rachel “sono la più figa di O.C.” Bilson e persino da Samuel L. Jackson, che ha sposato in pieno la filosofia del “accettiamo qualsiasi cazzata mi propongono, sempre di soldi si tratta!”) ed una regia che, a parte un paio di sequenze azzeccate, non lascia nulla, allora si prende atto di come abbiano buttato nel cesso l’idea iniziale.
Il fatto poi che il finale lasci spazio aperto a possibili/probabili sequel non aiuta di certo a migliorare il giudizio complessivo.
Ma in realtà non me ne fotte un cazzo, avrei visto questo film in ogni caso, per un semplice motivo: ad un certo punto mentre i protagonisti sono a Roma, vanno a prendere un taxi ed il tassinaro sta pompando dalle casse dell’autoradio il Colle der Fomento con il pezzo “Più forte delle bombe”, capito? Il Colle. In un blockbuster/cacatona made in Usa. Definitivo.
E poi dicono che non si supporta la scena…
“Gabriel” di Shane Abbess
Non bastavano la Francia, l’Inghilterra, la Spagna, il Giappone, la Corea e gli altri paesi orientali, dopo la Russia pure dall’Australia arriva la dimostrazione che certi tipi di film si possono fare anche al di fuori degli Stati Uniti… Tranne che in Italia, ovvio!
Intendiamoci, “Gabriel” non ha nulla di originale o innovativo, però è un buon film di genere e fa riflettere per alcuni motivi: innanzitutto è l’opera prima di un giovane regista australiano, che ha messo tutto quello che aveva in questa pellicola dimostrando che la passione a volte può portare a realizzare i propri progetti con risultati inaspettati.
Il film è stato girato con un cast sconosciuto e con un budget ridicolo, al punto che la troupe e gli attori stessi hanno dovuto accettare un sacco di pagamenti differiti; ma è stata una strategia vincente, visto che la Sony, che aveva acquisito i diritti per l'Australia e la Nuova Zelanda, ha deciso di distribuirlo in tutto il mondo, in alcuni casi direttamente in DVD (come da noi), ma sputaci sopra!
La trama vive di atmosfere dark/gotiche che ricordano fin da subito “Il Corvo” e che fanno da sfondo ad un mondo/purgatorio post-apocalittico dove Arcangeli e Caduti si sfidano per il controllo delle anime degli uomini, fra sparatorie e scontri ispirati al look di “Matrix” e di “Underworld”, con effetti già visti, ma notevoli per una produzione indipendente a basso budget.
Una pellicola con parecchi difetti ed ingenuità, ma non per questo da buttare, anzi, nonostante le premesse bisogna ammettere che Abbess e soci sono riusciti a fare un buon action movie assolutamente commerciale e d’intrattenimento, cosa che da noi, purtroppo, rimane un’utopia.
“Hitman” di Xavier Gens
La cosa divertente a Dicembre, quando “Hitman” è uscito al cinema, è stato leggere le recensioni in giro per la rete, non tanto quelle dei soliti critici-giornalisti, quanto quelle di un certo tipo di spettatori, che aspettano al varco uscite di questo tipo per tirargli addosso chili di merda.
Per carità, si tratta sicuramente di un film che può non piacere, ma le motivazioni dei diretti interessati mi sono sembrate abbastanza piatte e mi hanno portato a dividere in due sottocategorie questi recensori: i seriosi e i nerd-videoludici.
I primi, a furia di rivedere l’ultima pippa mentale di David Lynch, hanno ormai deciso che dei tanti film di genere che escono ogni anno alcuni devono far cagare per forza, perché ricalcano tutti gli stilemi del genere di cui fanno parte e sfoderano tutta la loro conoscenza in materia cinematografica per demolirli pezzo per pezzo.
Per quanto riguarda “Hitman” nello specifico le accuse son sempre le stesse, il solito film d’azione senza nulla di originale (salvo poi gridare al miracolo una volta vista quella furbata di “Cloverfield”), la solita regia che si ispira ai soliti modelli (e qui mi si deve spiegare perché certi elementi standard come le sequenze al ralenti per film come “300” vanno bene mentre per altri no), la solita sceneggiatura pietosa e dulcis in fundo il solito montaggio confuso.
Ora, io non ho avuto nessun problema a star dietro alla storia (proprio perché simile a molte altre), ma se uno che perde ore a star dietro ai deliri di Lynch poi mi viene a dire che il montaggio di “Hitman” sembra fatto apposta per confondere lo spettatore mi sorge qualche dubbio…
Che poi è innegabile che Gens (giovane autore francese che ha fatto scalpore con l’horror “Frontière(s)”) per la regia si sia sicuramente ispirato ad un certo tipo di cinema d’azione alla John Woo, ma ha anche cercato di inserire qualche trovata originale (come la scena dei ragazzini che stanno giocando proprio ad “Hitman”) e soprattutto ha cercato di ricreare in qualche modo le atmosfere del gioco (le movenze del protagonista o le sequenze nei corridoi degli alberghi).
Ed è proprio la fedeltà al videogioco quello che ha scatenato le ire dei nerd-videoludici, scontenti perché secondo loro “hanno rovinato uno dei migliori personaggi dei videogiochi degli ultimi anni sprecando una storia piena di spunti e potenzialità”.
Piena di spunti e potenzialità? Ma ziocane, “Hitman” è un videogioco ispirato dal cinema di genere di cui parlavo prima, con evidenti rimandi a Léon, il killer silenzioso di bessoniana memoria, Besson che tra l’altro produce il tutto con la sua Europa Corp.
Un cerchio che si chiude.
Dopotutto come puoi aspettarti chissà quale realismo o trama articolata da un film che porta in scena un assassino pelato con tatuato un codice a barre sulla testa, che si veste quasi sempre con un completo nero, la camicia bianca e la cravatta rossa?
Secondo me inoltre un punto a favore di questa pellicola è stato il fatto di volare basso da subito, vendendo un prodotto che fin dalla confezione mostrava tutto quello che aveva da offrire, senza provare a spacciarlo per quello che non poteva essere.
Aspettarsi altro a questo punto era proprio da stupidi!
Voglio anche spendere alcune parole per i due attori principali, inizio con Timothy Olyphant (il cattivo dell’ultimo “Die Hard”), che inizialmente temevo non fosse adatto al ruolo dell’agente 47, ma che invece mi ha costretto a ricredermi, mettendo in scena un perfetto killer di ghiaccio, e concludo con la protagonista femminile, Olga Kurylenko (che sarà la prossima bond girl nel nuovo capitolo di 007), che non offre chissà quale prova di recitazione ma bisogna ammettere che è davvero figa!
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Angelo
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martedì, aprile 8
Stardust
Il fantasy non è propriamente un genere nelle mie corde e va detto che la sovrabbondanza di uscite che si susseguono in quest’ultimo periodo non mi aiuta di certo a modificare la mia opinione, anzi non fanno altro che peggiorarla, basti pensare a certe oscenità come “Eragon”…
Eppure “Stardust” rappresenta la classica eccezione che conferma la regola, anche se ammetto che non è stata esattamente una sorpresa, in quanto il nome del regista, Matthew Vaughn, è bastato fin da subito per incuriosirmi, elemento decisivo quando si tratta di dare attenzione a pellicole che solitamente eviterei.
Ancora una volta ho fatto bene a seguire il mio istinto, perché “Stardust” prima ancora di essere un ottimo film è soprattutto un’onesta fiaba, che, per fortuna, non ha nulla a che vedere con le altre produzioni fantasy che intasano purtroppo il mercato.
La sua forza è la sua onestà di fondo, completamente differente e distante da certe pesantezze narrative presenti ad esempio ne “Il Signore degli Anelli”, o da pretese di successo che portano a strizzare l’occhio a più persone possibili, sfruttando la scia di successo dei predecessori ed oscurando così quanto di buono presente in scena, com’è successo con “La Bussola d’oro” e lontano finalmente dal target principale di certi prodotti spudoratamente adolescenziali, come “Harry Potter” o “Le cronache di Narnia”.
Tratto da un romanzo illustrato di Neil Gaiman, scrittore britannico considerato da molti come uno dei più importanti autori del genere fantascientifico/fantasy, il film mantiene le caratteristiche dell’opera da cui è tratto e mette in scena tutti gli elementi classici presenti nelle favole di un tempo, dalle streghe ai principi, con tanto di lieto fine, ma lo fa in maniera chiara, leggera e al tempo stesso elegante, una scelta che ha il pregio di riuscire a far sognare ad occhi aperti lo spettatore, trasportandolo all’interno dell’avventuroso viaggio compiuto dai protagonisti e della loro romantica storia d’amore.
Gran parte del merito va certamente al giovane regista e sceneggiatore Matthew Vaughn, che già con il suo precedente lavoro “Layer Cake” (da noi uscito direttamente in homevideo con il titolo “The Pusher”), un ottimo noir di stampo inglese (non per niente prima ancora aveva prodotto i primi due film di Guy Richie, “Lock & Stock” e “Snatch”), era riuscito a dimostrare tutto il suo talento e la sua professionalità, che presto metterà al servizio del prossimo adattamento Marvel, “Thor”, personaggio sicuramente nelle sue corde!
Vaughn è riuscito a cogliere lo spirito del romanzo di Gaiman ed ha cercato di conciliare la struttura classica della fiaba con elementi più moderni ed adulti come l’introspezione e la crescita interiore, senza tralasciare una giusta dose di umorismo ed ironia che fortunatamente non scadono mai in un certo tipo di comicità, inadatta al soggetto della pellicola.
Oltre alla sceneggiatura anche la parte tecnica è praticamente priva di difetti, grazie ad una regia intelligente e sobria, non priva di alcune trovate visivamente interessanti, come il duello voodoo o l’idea dei principi fantasmi, una colonna sonora adatta ad ogni situazione, dai momenti intimisti a quelli epici, una grande cura della fotografia e dei costumi, le magnifiche ambientazioni ed i paesaggi visibili nelle riprese ad ampio raggio.
A tutto questo vanno aggiunti degli effetti speciali per una volta non invasivi ma al contrario ridotti al minimo ed usati per esaltare le suggestioni immaginifiche e poetiche del film, che lasciano il giusto spazio all’ottimo cast, composto quasi interamente da attori inglesi, fatta eccezione per due stelle Hollywoodiane, la stupenda cinquantenne Michelle Pfeiffer, nei panni della strega Lamia, alla ricerca dell'eterna giovinezza ed il grandissimo Robert de Niro, che gigioneggia divertendosi e facendo divertire nel ruolo di Capitan Shakespeare, comandante piuttosto stravagante di una banda di pirati del cielo.
Da segnalare inoltre le brevi e simpatiche comparsate di Rupert Everett, Peter O'Toole e Jason Flemyng, ma soprattutto va sottolineata la prova spontanea e sincera, quasi ingenua, ma assolutamente perfetta per i loro personaggi, dei due giovani protagonisti, Charlie Cox e Claire Danes (“Romeo+Juliet”).
Insomma un film che colpisce per la sua semplicità e la sua freschezza, capace di riproporre in chiave nuova ed attuale delle storie ritenute fuori dal tempo, in un modo per niente scontato, senza mai scadere nella banale retorica, confermandosi una delle migliori opere fantasy del cinema contemporaneo!
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martedì, febbraio 19
Live Free or Die Hard
Visto che siamo in tema utilizzerò il film "Live free or Die Hard" (che in italia è diventato "Die Hard - Vivere o morire" perchè, non si sa bene per quale assurdo motivo, alla saga di John McClane hanno sempre dato titoli a caso) per fare un discorso generale su un tema molto caro a gran parte della popolazione maschile, un elemento che da solo può convincere un maschio a spendere 7 euro di biglietto o 20 di dvd, qualcosa capace di far sembrare un capolavoro anche quello che agli occhi di alcuni spettatori potrebbe sembrare una cagata immonda: l'IGNORANZA!
Negli anni '80 e '90 i film d'azione erano legati con un doppio filo a questa caratteristica: un vero film d'azione DOVEVA essere ignorante, ma non ignorante in senso dispregiativo, non mi permetterei mai, l'ignoranza era una cosa in più, difficile da spiegare a parole, difficile da comprendere fino in fondo, ma che si riconosceva a naso, nascosta dietro ogni battuta, ogni calcio in faccia, ogni esplosione, ogni sparo.
Lei c'era e il fatto che ci fosse ha permesso ad alcune pellicole di diventare dei veri e propri cult, rendendo i loro protagonisti degli eroi del cinema d'azione!
Emblematico il caso di Schwarzenegger, protagonista assoluto del film ignorante per eccellenza, "Commando", un capolavoro fatto di battute memorabili da citare ad oltranza, roba che ti rimane impressa nelle retine e nei timpani fino alla vecchiaia e che con il tempo assume sempre più un non so che di mistico.
Scorrendo i film di quegli anni saltano fuori tutti i nomi degli alfieri del genere, insieme al presidente della California infatti troviamo Jean-Claude Van Damme con i vari "Lionheart", "Senza esclusione di colpi" o "I nuovi eroi – Universal Soldiers" in coppia con Dolph Lundgren, uno degli scontri più importanti di quel periodo, il primo Steven Seagal, quello di "Nico" per intenderci, lo Stallone di "Rambo 2 & 3", "Cobra", "Demolition Man" faccia a faccia con un platinato Wesley Snipes o "Tango & Cash" con Kurt Russel, Gibson quando ancora non dirigeva film splatter in lingue morte, con la serie "Arma Letale" e ultimo ma non ultimo proprio Bruce Willis, con "L’ultimo boy scout" ma soprattutto con il personaggio di John McLane, l’unico vero ed inimitabile duro a morire!
Questo quarto capitolo inizialmente mette di fronte ad un McLane invecchiato e stanco, un "fossile del passato" che si trova suo malgrado coinvolto ancora una volta in una situazione all’apparenza più grande di lui, contro un nuovo tipo di terrorismo a lui sconosciuto, quello informatico!
Ma basta un attimo per capire che la tecnologia potrà fare ben poco contro McLane, la sua canotta sporca di sudore e sangue e le sue battute micidiali, infatti senza pensarci troppo il coriaceo agente di polizia decide che è arrivato di nuovo il momento di salvare i suoi amati Stati Uniti, ma non solo, stavolta si tratta anche di una faccenda personale, visto che i terroristi incauti decidono di fare la più grande cazzata del mondo, ovvero prendere in ostaggio la sua figlioletta...
Sono troppo vecchio per saltare fuori dalle macchine dice McLane ad un certo punto, eppure paradossalmente questo è, con molta probabilità, l’episodio della serie dove ha dovuto faticare di più, tra esplosioni, elicotteri, sparatorie, ponti che crollano, inseguimenti fra auto, camion e addirittura un jet, cavandosela nonostante tutto in maniera dignitosa, in un crescendo di scene spettacolari alternate con la solita ironia a cui il personaggio interpretato da Willis ci ha abituato.
Un ritorno riuscito quindi? Sì e no, sì perché alla fine il film fa il suo sporco lavoro senza troppi problemi, divertendo ed intrattenendo il pubblico (maschile) come dovrebbe fare un qualsiasi action movie, no perché comunque "Live Free or Die Hard" è il titolo meno riuscito della serie, a causa di una sceneggiatura che nonostante la lunga durata non riesce a dare il minimo spessore agli altri personaggi presenti in scena e che mostra delle sequenze d’azione che stonano con l’atmosfera dei precedenti capitoli, preferendo la spettacolarità (scelta sicuramente nelle corde del regista Len Wiseman, creatore di "Underworld" e sequel) a scapito della credibilità, puntando sugli effetti speciali e spostandosi più verso i territori delle baracconate alla "Mission: Impossible III" o degli ultimi Bond pre "Casino Royale".
Il primo difetto è quello che più pesa nel complesso, il film infatti è scritto e girato per far fare bella figura a McLane prima del definitivo pensionamento e questo probabilmente ha portato ad una piattezza di caratterizzazione generale (a parte il simpatico cameo di Kevin "Silenth Bob" Smith nei panni di un hacker/nerd di "Star Wars"), dal giovane hacker Matt, interpretato da Justin Long ("Dodgeball"), che capisce prima di tutti il piano dei terroristi a cui ha inconsapevolmente partecipato e che accompagnerà il detective nella sua missione di salvataggio, alla figlia Lucy, ovvero Mary Elizabeth Winstead ("Grindhouse"), dal carattere ribelle ma in fondo simile in tutto e per tutto al caro paparino, anche se il peggio è stato fatto con l’antagonista principale, Thomas Gabriel un ex funzionario dell’FBI intenzionato a sabotare l'intero sistema computerizzato nazionale per vendicarsi di certi meriti non riconosciuti, portato in scena da un inconsistente Timothy Olyphant, totalmente incapace di mostrare un avversario degno di nota.
Meglio allora gli altri "boss" che Willis si trova a fronteggiare, ovvero Mai Linh, esperta di arti marziali nonchè braccio destro ed amante di Gabriel, interpretata dall’attrice vietnamita Maggie Q ("M:I 3") e Rand, sicario esperto di parkour in grado di sopravvivere ad uno scontro "esplosivo" con McLane, agilmente interpretato da Cyril Raffaelli ("Banlieue 13"), protagonisti loro malgrado di due delle migliori battute di tutta la pellicola; peccato che a rovinare tutto arriva Edoardo Costa nei panni di Emerson, un altro collaboratore del capo dei terroristi, che non si sa bene in nome di quale amicizia (perché Bruce, PERCHE'???) riesce ad arrivare quasi fino alla fine del film...
“Die Hard 4.0” non diventerà un cult come i suoi predecessori e altri film del genere ma sicuramente ha riportato a livelli di blockbuster quell’ignoranza da troppo tempo relegata a film di minore visibilità (come "The Transporter" e buona parte delle pellicole interpretate da Jason Statham), sperando che non sia stato solo un episodio sporadico ma solo l’inizio di una nuova, gradita, ondata.
Hippy ya ye, figlio di puttana!
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domenica, ottobre 21
The Illusionist
Inizio col dire che in Italia "The Illusionist" ha pagato parecchio il fatto di essere uscito poco tempo dopo "The Prestige"; i paragoni infatti si sono sprecati, ma forse non tutti sanno che in realtà il nostro paese è stato l'ultimo dove il film è uscito, mentre in altri stati e più in particolare negli USA, è stata proprio la pellicola di Nolan ad uscire qualche mese dopo quella di Neil Burger.
Comunque il paragone alla fine risulta davvero superfluo per un semplice motivo, "The Prestige" è a suo modo un film d'autore, mentre "The Illusionist" non ha di certo questa pretesa, in quanto inizia, si sviluppa e finisce come un normalissimo film che punta esclusivamente all’intrattenimento; con questo non voglio affatto sminuire il lavoro di Burger, anzi, solo trovo sbagliato mettere a confronto due opere che fin dall'inizio nascono con due intenti completamente diversi.
Tratto da un racconto breve del premio pulitzer Steven Milhauser, “Eisenheim the illusionist”, il film si mantiene per tutta la sua durata in costante equilibrio fra il melodramma e il giallo, anche se il secondo rimane molto ai margini della storia, lasciando purtroppo maggiore spazio al lato melò su cui si regge la trama, ovvero la storia d'amore fra Eduard Abramovitz, il vero nome di Eisenheim e Sophie von Teschen, nobile promessa sposa del principe ereditario al trono d’Austria, Leopold; ed è proprio l’importanza lasciata al melodramma che influisce maggiormente sulla sceneggiatura in termini di pesantezza, una sceneggiatura che, a cuasa della breve lunghezza del racconto da cui è tratta, aveva già dovuto lasciare maggior spazio a personaggi originariamente secondari (come l’ispettore interpretato da Paul Giamatti).
Quello che invece avrebbe giovato maggiormente al film sarebbe stata certamente una maggior razionalizzazione in certi punti: la figura dell’illusionista infatti rimane in perenne confusione con quella del mago, proprio perché, al contrario di “The Prestige” che invece è andato incontro all’errore opposto, non si cerca in nessun modo di giustificare i “prodigi” e le magie che Eisenheim mostra agli spettatori increduli, magie sicuramente di grande effetto ed affascinanti, girate con una CG leggera e per nulla fastidiosa, ma pur sempre senza alcuna trasparenza o spiegazione (a parte per un istante verso il finale).
Il giallo in tutto questo torna a fare capolino proprio alla fine, ma purtroppo lo fa con un colpo di scena oltremodo telefonato, buono di sicuro solo ed esclusivamente per chi non ha mai visto altri film che utilizzano lo stesso metodo di narrazione, uno su tutti “I soliti sospetti”, probabilmente il miglior film di Bryan Singer, a cui mi sembra che Burger faccia particolare riferimento, anche nel modo di rivelare la sorpresa, con una sequenza che sembra girata pari pari.
Ma non è tutto fumo negli occhi, “The Illusionist” ha dalla sua anche parecchi lati positivi, a partire dall’ambientazione, una Vienna di fine 800 ricostruita abilmente a Praga e messa in scena con grande eleganza grazie alla stupenda fotografia di Dick Pope a volte quasi monocroma, con colori caldi come l’ocra e il marrone, oppure le musiche di Philip Glass, che aiutano a creare la giusta atmosfera rarefatta e ipnotica.
Atmosfera che amplifica lo sguardo profondo ed angosciato di Edward Norton, che nel ruolo dell’illusionista riesce a catturare l’attenzione e le simpatie degli spettatori sia nel film che nella realtà, anche se, bisogna ammetterlo, lo fa in maniera fin troppo pacata, ben al di sotto delle magnifiche interpretazioni sopra le righe che ha regalato in passato. Inoltre viene spesso messo in ombra da Paul Giamatti, che ormai va oltre il semplice caratterista, molto bravo nell’intepretare il personaggio ambiguo dell’ispettore capo Uhl, indeciso se credere al carismatico Eisenheim o al principe Leopold, interpretato quest’ultimo da Rufus Sewell (“Dark City”, “La leggenda di Zorro”), davvero convincente con i suoi scatti d’ira e la sua arroganza (il suo monologo finale una delle parti migliori); molto più anonima la pur sempre bellissima Jessica Biel, forse troppo forzata in quei vestiti ottocenteschi per risultare credibile nei panni dell’oggetto del desiderio che scatena la guerra fra i due uomini.
Nel complesso comunque si può considerare positiva la prova registica del quasi esordiente Neil Burger, al suo secondo film dopo il mocumentary “Interview with the assasin”, che dimostra di avere confidenza con la macchina da presa e che in futuro ci potrà regalare sicuramente qualcosa di più personale.
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Angelo
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giovedì, maggio 3
The Prestige
La promessa, la svolta ed il gioco di prestigio, ovvero le tre fasi che compongono un trucco magico.
Una sequenza apparentemente semplice e lineare, ma un trucco diventa davvero semplice solo una volta che viene spiegato, quindi l’unico suggerimento dell’illusionista per il pubblico è quello di osservare con attenzione, soprattutto in questo caso, perchè Christopher Nolan, come ha già ampiamente dimostrato con i suoi precedenti (ed ottimi) lavori, “Insomnia” ma soprattutto “Memento”, è un vero mago della narrazione frammentaria, con una regia che procede per singoli tasselli in modo da formare il disegno evidente solo alla fine.
Tratto da un romanzo di Christoper Priest, “The Prestige” è uno di quei film che offrono tantissimi spunti su cui riflettere e discutere, un film che contiene molti dei temi cari al regista e a suo fratello Jonathan, co-sceneggiatore, dalla ricerca della propria identità all’ossessione del successo e della vendetta, che da sola è capace di consumare l’intera vita, passando per la costante presenza del “doppio” e della menzogna che si nasconde dietro ogni verità, ma sempre attenendosi alla triplice regola (promessa, svolta, prestigio) che vige per tutta la trama.
Osservare con attenzione quindi, anche perché la sequenza nel film non è mai rigidamente rispettata, anzi, fin dall’inizio la storia ci viene raccontata attraverso le prospettive alternate dei due protagonisti mediante la lettura dei rispettivi diari, veri contenitori della “memoria”, proprio come accadeva in “Memento”, il tutto riproposto grazie ad un sapiente uso dei flashback-flashforward, che riesce a mettere in mostra situazioni simili, incastonandole in una serie di scatole cinesi che si specchiano l'una nell'altra.
In un mondo dove ognuno è se stesso e il suo opposto insieme, come due faccie di una medaglia, la rivalità fra i due illusionisti, l’aristocratico e uomo di scena Robert Angier (Hugh Jackman) e il popolano ma geniale Alfred Borden (Christian Bale), non è altro che un pretesto per dare il via ad una riflessione originale e insinuante sulla differenza di classe, sullo scontro tra credulità e scienza, sul ruolo dello spettacolo e del divertimento nella società di fine Ottocento e sui sacrifici (e i compromessi) che bisogna affrontare per raggiungere il successo, ma soprattutto per capire fino a che punto ci si può spingere per ottenere una risposta.
Purtroppo l’illusione perfetta in parte sfuma, dato che Nolan ad un certo punto stecca, decidendo di andare oltre il prestigio e di accontentare suo malgrado lo spettatore, rivelando il trucco e rompendo l’atmosfera magica che si era creata; perché secondo il regista lo spettatore vuole sì essere ingannato, ma attraverso le parole di Borden rivela che “Il segreto non fa colpo su nessuno, è il trucco che c’è dietro che conta”.
Ed è proprio il trucco svelato l’inganno più grande, ma il problema è che non si tratta dell’inganno che ci si aspetta, perché con l’intervento dell’unico personaggio realmente esistito, l’inventore Nikola Tesla (interpretato da David Bowie), la magia diventa fantascienza e la spiegazione finale lascia l’amaro in bocca, nonostante i tanti colpi di scena (intuibili in parte anche prima della fine, grazie ad una precisa serie di indizi ed esplicite dichiarazioni).
Non bisogna però dimenticare i parecchi punti di forza che contribuiscono a rendere questa pellicola, nonostante tutto, un vero e proprio gioco di magia, partendo dalla splendida ambientazione della Londra vittoriana, fra teatri fumosi ed altri sfarzosi, al montaggio, complesso ma mai al punto di far perdere lo spettatore, dai costumi alla fotografia, senza scordare le musiche, capaci di rendere ancora più intensi i momenti decisivi.
Inoltre va menzionato il cast in stato di grazia, soprattutto per quanto riguarda i due attori principali, Bale e Jackman, lontani dai supereroi che li hanno consacrati (Batman e Wolverine) e autori di un’interpretazione perfetta con la messa in scena di due veri anti-eroi, più sfaccettato il primo, più carismatico il secondo; ottimo anche Michael Caine nel ruolo dell’ingegnere costruttore di macchine “magiche” che ha visto nascere e crescere la loro guerra personale, abbastanza statico invece David Bowie che avrebbe potuto entrare maggiormente nella parte dello “scienziato visionario”.
Anche le interpreti femminili si ritagliano il proprio spazio, però risultano meno incisive dei colleghi maschi, in particolare Scarlett Johansson, bellissima come sempre ma non del tutto convincente nel ruolo di Olivia, la “valletta” voltagabbana dei due illusionisti; meglio invece Rebecca Hall, nei panni di Sarah, la moglie di Borden, un personaggio fin troppo “umano” e vulnerabile per riuscire a sopravvivere nel mondo di segreti, trucchi ed ipocrisie, in cui la trascina il marito.
Comunque, una volta svelato, il trucco risulta davvero semplice e molte immagini alla fine acquistano finalmente un senso, facendoti capire come sarebbe stato possibile intuire tutto fin dalla prima e veloce sequenza introduttiva, ovvero una moltitudine di cilindri, il copricapo “magico” per eccellenza!
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sabato, febbraio 10
Shinobi - Hearts under blade
Shinobi è un film tratto da "Basilisk", un buon manga di Masaki Segawa arrivato anche da noi in Italia qualche anno fa, che a sua volta prende spunto da una serie di romanzi scritti da Futaru Yamada.
La storia potrebbe essere riassunta come un "Romeo e Giulietta fra ninja", ma andiamo con ordine: Gennosuke e Oboro sono gli eredi delle due casate ninja più prestigiose nel Giappone del XVII secolo, gli Iga e i Koga; i due sono anche innamorati ed il loro legame pare destinato a porre finalmente termine all'odio ed alla rivalità che da oltre quattrocento anni separa i due clan.
Ma le speranze dei due giovani sono destinate a naufragare nel sangue, perchè lo shogun del Giappone, decide di scegliere il proprio successore mediante uno scontro fra i 5 ninja migliori di ognuna delle due casate.
E fin quì tutto uguale alla storia originale (a parte la riduzione, per evidente mancanza di tempo, dei ninja da 20 a 10), ma nel film lo scontro in realtà è solo un pretesto per sterminare gli shinobi (i ninja), diventati ormai inutili in un periodo di pace quale si prospetta per il paese...
La pellicola in questione ha diversi pregi, inanzitutto tende a scorrere piacevolmente, senza annoiare eccessivamente se non negli inframezzi paesaggistici, ed è ben supportata dalla fotografia, che ritrae ambientazioni e scenografie affascinanti, da valide coreografie e da un buon uso della computer grafica (anche se a volte stenta nel riuscire a rendere credibili certe qualità dei vari ninja), con una riuscita ricostruzione degli ambienti e dei costumi.
Purtroppo però non è esente da difetti, a partire da un cast a volte non all'altezza del personaggio da interpretare: ad esempio Joe Odagiri che da il volto a Gennosuke, risulta impacciato e penalizzato da una caratterizzazione un po' scadente rispetto all'originale (capisco che la sua malia di far suicidare le persone non fosse facile da riprodurre, ma piazzargli un banale potere di vedere le cose a velocità rallentata mi sembra una cazzata, inoltre nel manga era pure un leader carismatico, mentre quì...); al contrario Oboro, grazie anche alla buona prova della bella Yukie Nakama, ne esce molto rivalutata.
Purtroppo gli altri personaggi vengono giusto accennati, difetto dovuto più che altro al limite di tempo, mentre per quanto riguarda la sceneggiatura, il dramma di base, l'amore contrastato e doloroso, non riesce ad emergere mai con la forza che meriterebbe, preferendo concentrarsi più sull'azione.
In conclusione se il regista Ten Shimoyama (proveniente dal mondo degli spot e dei clip musicali) ed i produttori avessero scelto con maggior cura il cast e si fossero impegnati maggiormente su alcune tematiche lasciate passare in sordina, avrebbe potuto essere veramente un gran bel film.
Consiglio di procurarsi la versione cartacea che è sicuramente più godibile, ma che inevitabilmente costringe alla visione di "Shinobi" con occhio ancora più critico!
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venerdì, dicembre 15
Piano 17
E' ormai da molto tempo che il cinema italiano ha grossi problemi che lo penalizzano in maniera pesante rispetto alle produzioni di buona parte del resto del mondo.
Alcuni dicono che il problema è esclusivamente economico, ovvero che non ci sono i soldi che hanno ad Hollywood; ma a ben pensarci nemmeno in Francia, tanto per fare un esempio vicino a noi, eppure la maggior parte dei loro film danno la "paga" ai nostri.
Però non è del tutto sbagliato parlare di "problema economico": ormai è chiaro che i distributori e i produttori italiani preferiscono puntare su film di sicuro successo e relativo rientro commerciale (come i famigerati cinepanettoni), in questo modo i registi, soprattutto quelli giovani, che vogliono produrre qualcosa di diverso, non trovano i finanziamenti per portare avanti i propri progetti.
Ma quando ci sono le idee e la passione, si può comunque realizzare un bel film e l'esempio è proprio questo "Piano 17".
Con appena 70.000 euro Marco e Antonio Manetti hanno autoprodotto, oltre ad averlo chiaramente scritto e diretto, un film "noir" di pregevole fattura, solido, tosto e avvincente; insomma un thriller che si attiene alle regole, con le astuzie necessarie per ridurre i costi, senza che il risultato finale ne risenta!
Il segreto, oltre al mestiere dei due fratelli, conosciuti più che altro come registi di videoclip, ma per niente esordienti visto che prima di questo hanno girato molti corti per il web, un film tv per la Rai ("Torino Boys"), un mezzo passo falso al cinema ("Zora la vampira") e un'interessante serie tv in tema poliziesco andata in onda recentemente ("L'ispettore Coliandro"), è il cosiddetto lavoro in partecipazione: nessuno è stato pagato, ma tutti hanno diritto a una quota degli incassi; una formula forse non estendibile a tutti i casi, ma che sicuramente è un sistema ingegnoso (altre volte sperimentato) che permette di realizzare film al di fuori delle strettoie produttive classiche.
Alla regia i Manetti ci sanno fare eccome, visto che sono riusciti a rendere lineare un racconto pieno di flashback, con un montaggio veloce e dal ritmo incalzante; flashback che hanno non solo la funzione di spezzare la tensione ma anche di attribbuire spessore e motivazioni ai personaggi.
Inoltre si vede, o dovrei dire si sente, la cultura musicale dei due fratelli, perchè sia che si tratti di momenti divertenti o al contrario di momenti di tensione, hanno saputo scegliere le musiche più adatte alla situazione(tranne la chiusura con Max Pezzali che poteva essere evitata).
La trama riesce a coinvolgere grazie soprattutto alle buone prove degli attori, che a loro volta devono tanto ad una sceneggiatura intelligente, che ha il pregio di farli parlare al momento giusto lasciando spazio a considerazioni sulla vita ed a frecciate contro opportunismo e carrierismo.
Su tutti un Enrico Silvestrin che ho trovato perfetto nel ruolo del "cattivo", ma non è il solo, visto che anche il protagonista, Giampaolo Morelli, ha recitato bene la sua parte di "duro de borgata"; c'è anche Massimo Ghini che interpreta il capo della banda che fa da causa scatenante, mentre Elisabetta Rocchetti e Giuseppe Soleri sono gli sfortunati che si troveranno chiusi in ascensore con Morelli ed una bomba pronta ad esplodere.
In tutto questo c'è spazio anche per poche ma azzeccate parentesi comiche (tra cui una comparsata di Valerio Mastandrea), che hanno come protagonista Antonino Iuorio, nei panni di un altro complice della banda.
Per finire io mi chiedo: se con pochi soldi i Manetti sono riusciti a realizzare una pellicola così godibile cosa potrebbero fare con fondi maggiori?
E quando si inizierà a investire sui registi italiani talentuosi come loro, magari segando qualche "Natale a stocazzo" o "La finestra sul cesso di fronte" di troppo?
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giovedì, novembre 16
HomeVideo - Uscite Novembre 06
In un solo colpo questo mese escono in vendita e a noleggio 3 film assolutamente da non perdere: "X-Men 3 The Last Stand", "Silent Hill" e "Lucky Number Slevin".
Per chi se li fosse persi al cinema o semplicemente per chi, come me, ha una gran voglia di rivederli!
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Angelo
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martedì, ottobre 31
HomeVideo - Solo 2 Ore
Bruce Willis, signori e signore, è uno di quegli attori che invecchiando, non solo non perdono un colpo, ma addirittura migliorano.
Ultimamente l'abbiamo visto nei panni del super poliziotto in "Sin City" o di killer silenzioso in "Slevin", ma secondo me la sua interpretazione migliore l'ha fatta proprio in questo film, "Solo 2 Ore", titolo italiano che, nonostate sia completamente diverso dall'originale ("16 Blocks"), risulta comunque azzeccato!
Scordati i machismi alla "Die Hard", Willis da vita a Jack Mosley, un malinconico detective invecchiato anzitempo e ormai prossimo alla pensione, dalle guance arrossate per l'ipertensione, la calvizie incipiente, lo stomaco gonfio da bevitore incallito, le occhiaie profonde e l'andatura claudicante.
Una mattina, finito il turno, viene incaricato di accompagnare dal distretto al tribunale situato a 16 isolati di distanza, un piccolo criminale che deve testimoniare entro le 10; un incarico semplice, ma che si rivelerà più difficile del previsto! Infatti dopo appena 10 minuti viene svelato che Eddie, il criminale, ha visto troppo e la sua testimonianza potrebbe far scoppiare uno scandalo che coinvolgerebbe l'intera polizia di NY, un'istituzione che ha smarrito l'etica professionale, ammorbata dalla corruzione dilagante.
16 isolati quindi, non tanti in realtà, ma ci metteranno tutta la durata del film per percorrerli, in un crescendo di situazioni senza apparenti vie d'uscita e agguati, una corsa ad ostacoli morali e materiali, contro il tempo ma soprattutto contro gli altri poliziotti a capo dei quali sta Frank, un vecchio amico di Jack e amorale ispettore della Omicidi.
L'ottima regia di Richard Donner (sua la serie degli "Arma Letale") segue le vicende dei due protagonisti praticamente in tempo reale nella città caotica e indifferente, prendendo spunto dagli action movie anni 80, mettendo in contrapposizione due personaggi completamente diversi, uno che aveva tutto e si è arreso, l'altro che non ha mai avuto niente e non vuole arrendersi, ruvido e di poche parole il primo, loquace e dalla parlatina facile il secondo.
Il risultato quindi è un bel poliziesco, intelligente e ben scritto, con ottimi dialoghi e trovate originali nonostante segua una struttura narrativa ormai abusata.
Buona parte della riuscita del film è dovuta proprio all'accoppiata tra Bruce Willis e Mos Def, che interpreta il logorroico Eddie, l'unico rapper che per adesso può permettersi di fare entrambi i lavori con risultati più che buoni; bravo anche David Morse ("Il Miglio Verde") nei panni del suo persecutore.
"Solo 2 Ore" è la prova che anche con due soldi, anzi forse grazie a questo, si può fare del bel cinema d'azione!
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domenica, ottobre 8
HomeVideo - Cowboy Bebop The Movie
Ho approfittato della messa in onda la notte scorsa da parte di Italia1, per rivedere, questa volta in italiano dato che la prima volta l'ho visto in lingua originale sottotitolato, il lungometraggio animato di "Cowboy Bebop".
Il film, intitolato "Knockin' on Heaven's Door", va collocato fra il 22esimo ed il 23esimo episodio della stupenda serie animata, una delle più belle degli ultimi 10 anni che ha inventato un genere tutto suo, uno stile nato da una perfetta combinazione tra un'ottima realizzazione tecnica, una sceneggiatura adulta ed intelligente e un'ottimo character design.
Tecnicamente il livello appare insuperabile: la qualità delle animazioni è eccellente, i movimenti dei personaggi sono così fluidi da farli sembrare reali, i fondali sono curati nei minimi particolari, i colori sono bellissimi e ben si addicono al background e le scene d’azione sono mozzafiato e spettacolari; insomma un titolo perfetto dove sono mescolati ottimamente ironia, azione e tutte le ben note caratteristiche della serie tv!
La soundtrack del film è eccellente, al pari della realizzazione tecnica, e non poteva essere altrimenti se ad occuparsene è la "prodigiosa" Yoko Kanno. La talentuosa compositrice, già autrice della OST del serial, riconferma le sue doti straordinarie e sforna una colonna sonora sublime e perfettamente in linea con le atmosfere del film. Una miscela di blues e jazz al quale si affiancano dei brani cantati di ottima qualità con melodie al culmine della malinconia che si sposano magnificamente con le immagini e con la storia.
Storia che è facilmente digeribile anche da chi non ha mai visto una puntata della serie, anche se bisogna ammettere che chi conosce già Faye, Jet, Ed e soprattutto Spike, saprà apprezzare di più tutte le sfumature che traspaiono dai dialoghi.
La trama è molto semplice ma nonostante tutto molto accattivante: nel 2071, su Marte è la vigilia di Halloween e un incidente automobilistico che provoca una strage, si scopre essere in realtà un attentato bioterroristico; il governo istituisce subito una taglia immensa che il gruppo dei quattro cacciatori di taglie dell'astronave Bebop non può lasciarsi sfuggire mettendosi quindi sulle tracce del presunto attentatore.
Assolutamente da vedere quindi, ed è proprio per questo che è brutto constatare come il nostro paese sia completamente "chiuso" nei confronti dell'animazione giapponese e che etichetti tutte le pellicole animate come "roba per bambini"... mi viene una tristezza vedere capolavori come le opere del maestro Miyazaki snobbate ed ignorate, mentre ogni cagata americana della Pixar, della Dreamworks e compagnia bella faccia strage ai botteghini!
Questo stesso film ha subito una sorte ingrata, infatti dopo essere rimasto una settimana scarsa nelle sale cinematografiche, è stato trattato ancora peggio dagli idioti di Merdaset che l'hanno trasmesso in prima visione verso le 2 di notte...
Ormai sono sempre più convinto che il cinema in Italia, dopo aver fatto scuola tanti anni fa, rimarrà per sempre indietro rispetto al resto del mondo ed in fondo questo pubblico di caproni col salame sugli occhi si merita tutte quelle merdate che escono ogni anno dalla mente dei registi italiani, dal solito film di natale, al drammone scassapalle, senza però dimenticare le "grandi opere di animazione" made in U.S.A., quali "Cars", "Madagascar", "Shriek" e vaffanculo!
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venerdì, ottobre 6
HomeVideo - Banlieue 13
Luc Besson è da sempre uno dei miei registi preferiti!
Fin dagli esordi si è imposto con la sua genialità anche negli Stati Uniti, portando il cinema francese a sfondare nel mercato internazionale e valorizzando le produzioni europee, grazie alla sua società di produzione e distribuzione, EuropaCorp.
Praticamente ha prodotto, scritto e girato alcuni tra i migliori film d’azione europei degli ultimi 10 anni, da "Il Quinto Elemento" con Bruce Willis a "Wasabi" con Jean Renò, passando per "Kiss of the Dragon" con Jet Li, "The Transporter", "I fiumi di Porpora", "Taxxi" e molti altri... in realtà le pellicole che lo vedono coinvolto sono davvero troppe per essere elencate, ma si possono trovare tutte quà.
Anche "Banlieue 13", come molti dei titoli sopracitati, è sicuramente un action movie di tutto rispetto, da prendere più come una sorta di grande videogame, in quanto pensato privilegiando l'intrattenimento e l'azione ma conservando, come tutti i lavori di Besson, la sua nazionalità francese.
Infatti la trama, seppur molto semplice, tratta un tema a quanto pare molto sentito in Francia, ovvero il problema delle banlieue, le zone periferiche delle grandi città; problema che l'anno scorso, ad un anno di distanza dall'uscità del film nelle sale francesi, ha portato alla rivolta scoppiata alle porte di Parigi!
Ebbene in "Banlieue 13", ambientato nel 2013 in una Parigi futuristica e violenta, si è pensato di risolvere il problema costruendo tutt'attorno le zone considerate ad alto rischio un muro. Purtroppo all'interno della banlieue una gang di criminali è entrata in possesso di un'arma di distruzione di massa e minaccia di farla esplodere al centro della città... per risolvere la situazione viene mandato nella B-13 Damien membro di una forza d’élite della polizia, che dovrà trovare la bomba e disinnescarla con l’aiuto di Leito, un prigioniero proveniente proprio da quel sobborgo.
La regia di Pierre Morel, che in passato ha curato la fotografia di "The Transporter" e "Danny the Dog", è molto adrenalinica con ampie panoramiche e grandangoli utilizzati per seguire al meglio le varie acrobazie dei protagonisti, ovvero Cyril Raffaelli (il monaco assassino de “I Fiumi di Porpora 2") acclamato maestro di Kung Fu nonchè stunt-coordinator di molti film e David Belle ideatore e creatore del Parkour, disciplina sportiva che consiste nello spostarsi da un luogo ad un altro superando le architetture urbane a cui Besson ha dedicato un film ("Yamakasi - I nuovi samurai") che ha avuto anche un seguito uscito recentemente ("The Great Challenge"); nei panni del sadico capo della gang oltre che come co-sceneggiatore troviamo Bibi Naceri, fratello del più famoso Samy ("Taxxi", "Indigènes").
Insomma un film che attendevo da tempo e che non ha deluso le mie aspettative, peccato che per vederlo in italiano ho dovuto aspettare l'uscita in dvd con 2 anni di ritardo!
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mercoledì, settembre 27
HomeVideo - Snatch
Quest'estate guardando "Running" ed il più recente "Slevin" il pensiero è subito andato ad un film di qualche anno fa (è del 2000), ovvero "Snatch - Lo Strappo".
Non tanto per la storia, quanto per il modo di raccontarla, con situazioni apparentemente scollegate e personaggi surreali che vengono loro malgrado coinvolti.
Il film si apre con una rapina che ha come obiettivo un diamante di 86 carati e il problema successivo, ovvero quello di piazzarlo, una grana che tocca a Franky "Quattrodita" (Benicio del Toro) che prima di volare a NY dal suo capo si ferma per una tappa a Londra; ma il diamante fa gola a molti e nella città inglese si scatena una vera e proprio caccia, coinvolgendo anche chi non centra nulla, come il Turco (Jason Statham, "The Transporter" e "The Italian Job") e Tommy alle prese con incontri di boxe truccati e con Testa Rossa (Alan Ford), gangster poco simpatico ed allevatore di maiali (a cui da in pasto i cadaveri che lascia in giro). Incontri che interessano anche a Franky, malato del gioco, che viene convinto a scommetere da Boris Lametta, un malavitoso russo interessato al gioiello, al punto di assoldare Sol e Vinnie, due rapinatori scalcinati che gestiscono un banco di pegni che ricicla merce rubata. A questa varietà di personaggi aggiungiamo Avi, il capo di Franky convinto di essere stato fregato che vola a Londra per vendicarsi e Mickey (Brad Pitt), zingaro dalla parlata incomprensibile in affari con il turco nonchè grande boxeur, ed avremo una pellicola che farà volare via le due ore di durata tenendo incollati allo schermo.
Sì perchè "Snatch" è costruito su ritmi praticamente perfetti, mai un cedimento nella storia o un calo d'intensità grazie anche all'ottima regia di Guy Ritchie che fa largo uso di invenzioni visive come sequenze velocissime, split-screen, un montaggio subliminale e sincopato, con una fotografia che sfrutta molto i primissimi piani, ottiche deformanti e soggettive impossibili.
Le battute ed i dialoghi poi sono veramente brillanti e fanno sì che il film risulti godibile anche nei momenti in cui l'azione è meno serrata.
Non mancano le citazioni, dai titoli di testa tipicamente anni 70 in puro stile "Shaft", agli scontri fra pugili alla "Rocky" o alla "Fight Club", passando per gli schizzi di sangue alla "Full Metal Jacket" e chiaramente a "Pulp Fiction"!
Ottimo tutto il cast, soprattutto Pitt che, pur di partecipare al film, ha rinunciato al suo consueto cachet di 20 milioni di dollari e Statham, ormai diventato a tutti gli effetti "l'erede" di Vin Diesel nei film d'azione.
Insomma una pellicola passata parecchio inosservata e sconosciuta ai più, ma che una volta vista diventa un cult!
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giovedì, settembre 14
HomeVideo - Inside Man
A Spike Lee Joint!
Ovvero un altro film di uno dei registi più carismatici e talentuosi di sempre, che nella sua filmografia ha saputo trattare temi vari e complessi, dai rapporti razziali al ruolo dei mezzi di informazione nella vita contemporanea, dal crimine e alla povertà nelle città alle questioni politiche.
In pochi sarebbero riusciti nell'impresa di girare un thriller con elementi "classici", come la rapina in banca con tanto di riferimento a due capolavori di Sidney Lumet, "Serpico" e "Un pomeriggio di un giorno da cani", riuscendo a reinventare il genere stesso contaminandolo con la sua bravura di narratore, la sua genialità e la sua conoscenza tecnica.
L'inizio disorienta subito lo spettatore, mettendolo di fronte a Dalton Russel (un ottimo Clive Owen, che non fa altro che confermare il suo talento) che, da quella che sembra una cella, con le sue citazioni shakespeariane inizia a raccontare una rapina che lo vede come protagonista, in quanto astuto capo dei rapinatori.
A negoziare per salvare la vita degli ostaggi viene mandato il detective Keith Frazier (Denzel Washington anche lui magistrale, al quarto film insieme a S. Lee), che capisce fin da subito che questa non è una rapina come le altre; infatti ci sono in ballo interessi più grandi, proprio per questo il proprietario della banca Arthur Case manda sul posto la negoziatrice di affari Madeline White (interpretata da una Jodie Foster in versione bastarda, "una magnifica troia" come viene definita dal sindaco) per difendere un segreto che non deve venire a galla.
Niente è lasciato al caso: dalla sceneggiatura a orologeria dell'esordiente Russell Gerwitz alla colonna sonora virata al jazz del mitico Terence Blanchard, dal filo narrativo a scatole cinesi (durante l'intera durata del film si passa dal presente al momento degli interrogatori degli ostaggi, per cercare di capire chi tra loro faccia parte della banda) agli scambi di battute condite con la solita ironia pungente, dall'ottimo cast (oltre agli attori già citati da segnalare Willem Dafoe nei panni del Capitano John Darius, agente di polizia più incline all'azione che alla negoziazione) alle bellissime sfumature fotografiche di Matthew Libatique.
Aspetto di vedere il suo docu-film presentato alla Mostra del Cinema di Venezia di quest'anno, su Katrina ma soprattutto sul dopo-Katrina e tutta quella organizzazione arrivata tardi e male, intitolato "When the Leeves Broke - Quando gli argini cedono"!
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sabato, settembre 9
HomeVideo - Find Me Guilty
Qual'è lo scoglio più difficile da superare per un attore nato e cresciuto nei film d'azione? La risposta è semplice, riuscire ad "uscire" dal personaggio tutto muscoli e adrenalina per entrare in panni diversi, magari più impegnati.
Molti "grandi" del genere hanno fallito nell'impresa (Schwarzenegger dice nulla?), invece il protagonista di "Find Me Guilty" (da noi "Prova ad Incastrarmi") può dire di aver vinto la scommessa, dimostrando di poter reggere senza nessun problema un film drammatico come questo; anche se proprio drammatico non è visto che in molte scene non può non scappare una risata, dovuta soprattutto alla schiettezza ed il carisma di Giacomo "Jackie Dee" DiNorscio, interpretato magistralmente dall'ex-eroe tutto muscoli di cui parlavo prima, ovvero Vin Diesel!
Un Vin Diesel che ha dovuto ingrassare e farsi crescere i capelli, per poter diventare il più somigliante possibile al vero Jack DiNorscio, il gangster che tra il 1987 ed il 1988 partecipò al più lungo procedimento penale della storia giudiziaria degli Stati Uniti durato 21 mesi.
In aula erano presenti 20 imputati con 19 difensori, visto che proprio Jack decise non solo di rifiutare qualsiasi tipo di accordo con il procuratore, ma anche di difendersi da solo, facendo diventare il processo un vero e proprio evento.
Grazie ad i suoi modi, alle sue battute e alla sua devozione per la famiglia (intesa nel senso più classico del termine) sia la giuria che lo spettatore non possono fare a meno di "tifare" per lui, nonostante sia il "cattivo", un criminale che doveva già scontare 30 anni per traffico di stupefacenti... eppure basta la frase con cui si presenta ai giurati, "Non sono una gangster, sono un gagster!", per vederlo sotto una luce diversa ed iniziare ad apprezzarlo.
Oltre a Diesel buona prova di tutto il cast, da Peter Dinklage che interpreta il capo degli avvocati difensori, a Linus Roache il procuratore distrettuale già visto al fianco di Vin D. in "The Chronicles of Riddick", ma soprattutto ottima la regia di Sidney Lumet ("Quel Pomeriggio di un Giorno da Cani", "Serpico") che con questa pellicola torna al cinema processuale e più in generale dietro alla macchina da presa dopo parecchi anni.
Peccato solo che il vero Jackie Dee, che ha aiutato gli sceneggiatori alla realizzazione del film, sia morto durante le riprese; gli sarebbe sicuramente piaciuto, pur conoscendo il finale!
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lunedì, agosto 14
HomeVideo - Running Scared
Il mese scorso, mentre stavo guardando i due film della serie "Bourne qualcosa", tra uno sbadiglio e l'altro, mi chiedevo se fosse così difficile girare un film d'azione/thriller che permetta di arrivare fino alla fine senza annoiarsi.
La risposta, che ovviamente è no, me l'ha fornita questo film di Wayne Kramer intitolato "Running Scared", brutalmente troncato, senza alcun motivo apparente, in Italia dove il titolo è diventato semplicemente "Running".
Questa pellicola "odora" di Tarantino lontano un miglio, dalla regia, frenetica e veloce come la corsa del titolo, ai dialoghi e le battute, passando per l'ottima fotografia curata da James Whitaker ("All the invisibile children") ed ispirata ad un certo cinema degli anni 70 tanto amato da "Mr. Pulp Fiction"; e Quentin ha dimostrato di aver apprezzato, rilasciando commenti entusiasti che sono chiaramente finiti sulla locandina!
Il film racconta della corsa che il protagonista Joey Gazelle (il buon Paul Walker, che sta cercando di scrollarsi di dosso il titolo di "biondino di Fast&Furious"), è costretto a fare, per recuperare una pistola usata in una sparatoria che ha portato alla morte di alcuni poliziotti e che può incriminare lui e tutta la sua banda; ma la pistola ora è in mano ad un amico di suo figlio, Oleg (Cameron Bright, che ormai si divide con Dakota Fanning i ruoli dei bambini ad Hollywood) che l'ha usata per tentare di ammazzare il suo padrino, ed ora sta scappando non sapendo di essere ricercato da due gang e dalla polizia...
Con una scelta che mi ha ricordato molto il Premio Oscar di quest'anno, ovvero "Crash", le due corse tenderanno a complicarsi col passare delle ore, incrociandosi più volte fino alla fine e coinvolgendo una vasta varietà di personaggi davvero poco rassicuranti! Il bambino soprattutto sembra andare a cercarsele, finendo fra le braccia di drogati, papponi ed una coppia di perversi e malati pedofili.
Insomma un film che riesce a tenere il ritmo serrato per tutte le sue due ore, con qualche colpo di scena che non guasta, una buona dose di violenza, ed una prova più che sufficiente di tutti gli attori, dal poliziotto corrotto al padrino del bambino fuori per John "Il Duca" Waine.
Unica pecca il finale fin troppo buonista! Peccato, bastava farlo finire qualche minuto prima...
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sabato, luglio 1
Moviez & HomeVideo
Lo so è da un qualche settimana che non scrivo recensioni un po' per impegni personali, un po' per altri motivi... il fatto è che sia al cinema che in homevideo non esce quasi nulla di interessante (ho perso "Ultraviolet" ma sto aspettando con impazienza "Silent Hill" sul grande schermo e "Underworld Evolution" in dvd); in realtà al cinema
ho visto sia "Il Codice Da Vinci" che "Hot Movie" ma entrambi non mi hanno colpito molto, quindi non riesco a trovare l'ispirazione...
Per questo se avete un impellente bisogno di capire cosa andrete a vedere consiglio di dare un'occhiata alla Morelli's Movie Guide, il sito con le recensioni più schiette del web! A volte sono un po' troppo critici, però è impossibile non farsi delle grasse risate leggendole, parola.
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domenica, marzo 5
HomeVideo - Returner
Questo film è datato 2002 ma è arrivato nelle nostre sale solo l'estate scorsa e in dvd verso gennaio. Chi pensava che il cinema asiatico fosse in grado di offrire solo lungometraggi di wuxia-pan si ricrederà guardando questa pellicola, che mischia azione e fantascienza trovando anche il tempo di mostrare un po' di momenti comici e romantici.
Nonostante la buona prova degli attori, Takeshi Kaneshiro (La Leggenda dei Pugnali Volanti) e Anne Suzuki, ottimi effetti speciali (i robot alieni ricordano molto i Transformer) e una fotografia molto varia, il punto debole di questo film è la storia che, sebbene si lasci seguire senza problema, prende ampio spunto da troppe pellicole famose.
Il regista Takashi Yamazaki ha pescato brutalmente dai maggiori successi contemporanei, da Matrix a MI, da ET (il piccolo alieno è uguale) a Terminator facendo scadere un po' un film che comunque, secondo me, rimane ugualmente godibile.
Trama:
2084, l'unica speranza di salvezza per il genere umano, che sta per essere attaccato da una flotta aliena, é Miri, che grazie ad una macchina del tempo deve tornare indietro, appunto nel tempo, e impedire con l'aiuto di Miyamoto, un sicario, lo scoppio della guerra.
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venerdì, febbraio 17
HomeVideo - I Guardiani della Notte
Prima parte di una trilogia fantasy ad opera dello scrittore Sergej Lukyanenko, "I Guardiani della Notte" è stato una rivelazione in Russia dove ha incassato più di sedici milioni di dollari; proprio per questo la Fox ha già acquistato i diritti di distribuzione dei film successivi!
Il film parla dell'eterna lotta tra forze della luce e forze del buio portata avanti sulla terra non dagli uomini ma dagli "altri", ovvero stregoni, mutaforma e vampiri. Quando le persone scoprono di essere "altri" devono decidere da che parte stare; il problema avverrà quando sarà l'eletto, il più potente di essi, a fare la scelta.
Intanto vista la parità delle due forze si è deciso di giungere ad una tregua momentanea, e sono state istituite due squadre di guardiani, "i guardiani della notte" che dovrebbero essere i "buoni" e "i guardiani del giorno" ovvero i "cattivi". Ma i "buoni" sono ben lontani dall'essere un esempio di purezza, molti di loro hanno una qualche colpa da scontare, e spesso usano metodi che fanno dubitare del loro rigore morale...i "cattivi" stessi a volta lo diventano proprio per colpa dei "buoni"...
Una regia impeccabile che unisce soluzioni visive ed inquadrature interessanti ad effetti speciali non indifferenti, si collega ad un'ottima trama che però, come buona parte delle le trilogie lascia l'amaro in bocca perchè il film non ha una vera e propria "fine".
Comunque rappresenta un punto di svolta nel modo di fare cinema in Russia e mi fa incazzare l'inferiorità del cinama italiano che è capace di produrre solo cagate come "la bestia nel cuore"!
Le buone premesse per i due seguiti, cioè "I Guardiani del Giorno" e "I Guardiani del Crepuscolo", ci sono tutte, non resta che aspettare.
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lunedì, febbraio 6
HomeVideo - Seven Swords
Chi cercava un altro film di wuxia-pan (la cappa e spada cinese) dopo "Hero" e "La Foresta dei Pugnali Volanti" non può non vedere quello che ha aperto il Festival di Venezia 2005, ovvero "Seven Swords" di Tsui Hark, uno dei registi capostipiti della New Wave di Hong Kong famoso per titoli come "Once upon a time in China" o "Storia di fantasmi cinesi" ma anche "Double Team" con Van Damme.
Il film in questione però prende le distanze dagli altri due titoli sopracitati per alcuni particolari; inanzitutto non è presente ne la poesia di "Hero" ne il romanticismo de "La Foresta...". Hark ha deciso di puntare tutto sull'azione con l'intenzione di realizzare un prodotto pensato per un mercato globale, prendendo spunto da "I Sette Samurai" di Kurosawa, dai western e dal fantasy!
Purtroppo però ha anche dei punti deboli non indifferenti...uno su tutti la lunghezza, che supera le 2 ore, peggiorata anche dal fatto che fra i vari combattimenti ci sono troppi momenti "morti"; poi la presentazione troppo veloce e poco approfondita dei personaggi principali, ma questo forse può essere giustificato dal fatto che si parla di ben altri 5 seguiti.
Le ambientazioni e le scenografie come al solito sono stupende, stessa cosa si può dire per le coreografie dei combattimenti, rese ancora più interessanti dal fatto che ogni spada (sia le sette dei "buoni" che quelle dei "cattivi") ha delle tecniche uniche e speciali.
Adesso non resta che aspettare i sequel!
Trama:
Cina, all'inizio del XV secolo il nuovo governo della dinastia Ching decise di vietare in modo violento la pratica delle arti marziali, in modo da ripristinare l'ordine nel paese. Fu Qingzhu e due compagni della vecchia guardia, non ci stanno e si recano da un vecchio eremita maestro di spada, il quale gli affianca quattro tra i suoi migliori uomini e insieme intraprendono il loro coraggioso viaggio.
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